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venerdì 11 dicembre 2015

Gnocchi tricolore in vortice di sapore

Ok, no. Questa ricetta non è per niente in linea con quello che vi ho detto nel precedente post, che il tempo corre veloce e voglio cercare di dedicare più tempo con la creatura, detta anche mostro, perché quello è. 
E lo so che è normale che i bimbi piangano, facciano i capricci, rompano le palle, insomma, e non solo quelle dell'albero di Natale, ma porcapupazza, come può un coso di quattro anni svegliarsi all'alba e piangere: perché c'è troppa luce, perché ce n'è poca, perché il muffin non è di suo gradimento e vorrebbe un peperone (si, lui è tedesco proprio, inspiegabilmente), perché no mamma, non è vero, io ho scritto Spiderman sul foglio, sei tu che non sai leggere e così via fino a che non l'ho mollato a scuola con una smorfia di sorriso e una serie di brutti pensieri che, evviva, mi fanno sentire una pessima madre. 
Una mattina cominciata yeah insomma. Le quattro uova che ho spiaccicato sul pavimento alle 6.30 del mattina erano un presagio.
Ma c'è solo un ampio margine di miglioramento e stasera, quando tornerò a casa, so già che troverò il mostro che mi chiederà se sono ancora arrabbiata e io non lo sarò, piuttosto mi sentirò una merdina a lasciarmi sopraffare dall'umore di un nano.
Ma tant'è.
Insomma, viva le ricette veloci, ma ogni tanto mi piace entrare in cucina per il gusto di sporcare trecento pentole per un piatto fighissimo che in 3 minuti è già bello e mangiato. Soddisfazioni! Certo, non è un piatto che preparerò oggi, considerato che mi si è rotta la lavatrice settimana scorsa. Cosa c'entra? durante la non poco dolorosa sostituzione dell'elettrodomestico, il tecnico ha dato il colpo di grazia ad un tubo che stava attaccato al sifone per inerzia, che appena sfiorato s'è maciullato: attualmente mi ritrovo una lavatrice bellissima che, considerato il costo, spero mi faccia anche i vestiti nuovi e un massaggio al collo, una catasta di panni da lavare, un lavandino inutilizzabile. Lo so, Saturno contro, vero?
Ma tormiamo alla ricetta realizzata dal mitico Anthony Guerrera, compagno di corso divertente, intelligente ed estremamente curioso. La sua più grande qualità? non avere limiti mentali. Tutto è possibile e sono certa che il ragazzo riuscirà a realizzare tutti i suoi progetti, anche i più ambiziosi.
Anthony ha svolto il tirocinio all'Antica Corte Pallavicina, guadagnando la totale fiducia di Massimo Spigaroli che lo vorrebbe nella sua squadra, ma chissà! 
Il sogno di Anthony è quello di rimodernare l'azienda di famiglia, a Pernocari (Vibo Valentia), che negli ultimi due anni è passata da agricola ad agrituristica,  e che presto verrà dotata di camere e... tanto altro.
Gli auguro tantissimi in bocca al lupo, ma lui davvero, non ne ha bisogno!
Ed ecco la ricetta, un piatto in cui Anthony ha voluto riunire l'Italia intera, partendo dalla sua amata terra fino ad arrivare in Emilia, dove ha trovato di sicuro fonte d'ispirazione e la giusta formazione per fare grandi cose.

Ricetta per 4 persone

Ingredienti:
  • 300 g di Patate di Budrio 
  • 150 g Farina “00” 
  • un tuorlo d'uovo 
  • sale, pepe, noce moscata q.b. 
  • 300 g Parmigiano Reggiano DOP 24 mesi 
  • 80 g salsa di pomodoro di Pachino IGP 
  • 1 cipolla media di Tropea IGP 
  • 20 g N'duja di Spilinga 
  • 50 ml di olio extravergine di oliva Brisighella DOP 
  • 250 g di broccoli romani 
  • 150 g di panna 
  • 300 g di spinaci 
  • 1 rapa rossa 
Procedimento:
laviamo le patate e mettiamole a bollire in abbondante acqua salata fino a quando saranno cotte. Scoliamole e schiacciamole e lasciamole raffreddare. Incorporiamo poi farina, uova, noce moscata, sale, pepe e 50 g di Parmigiano, fino ad ottenere un impasto uniforme. 
Dividiamo l impasto in tre parti uguali: in una delle tre, aggiungiamo altri 50 g di Parmigiano e mettiamo da parte.
Prepariamo gli gnocchi verdi: prendiamo gli spinaci mettiamoli in un cutter con acqua fredda, lasciamoli andare fino ad ottenere un composto abbastanza liquido. Prendiamo un pentolino e versiamo dentro il composto, mettiamo su fuoco facendo attenzione a non far bollire, nel giro di alcuni minuti affiorerà una schiuma che dovremo prendere, filtrare e asciugare su di un canovaccio: otterremo così la clorofilla di spinaci, che andremo ad incorporare in una parte dell'impasto.
Prepariamo gli gnocchi rossi: prendiamo la rapa rossa e mettiamola a bollire in abbondante acqua salata fino a quando sarà cotta. Frulliamo e poi filtriamo e teniamo solo la polpa della rapa; passiamo la polpa allo chinois per ottenere la parte più asciutta ed omogenea; prendiamo il composto e incorporiamo nella parte restante dell'impasto.
Prepariamo le salse: per la salsa verde, puliamo e laviamo i broccoli e teniamo solo le foglie più tenere; mettiamo a bollire in acqua salata fin quando saranno cotti, scoliamo e frulliamo con il mixer fino ad ottenere una crema, che passeremo allo chinois per ottenere una crema liscia. 
Per la salsa bianca prendiamo la panna, mettiamola sul fuoco vivo fino a farla addensare, poi aggiungiamo il Parmigiano Reggiano e amalgamiamo fino ad ottenere una crema liscia.
Per la salsa rossa, tritiamo la cipolla, mettiamola in un pentolino con un filo d'olio e lasciamo rosolare. Aggiungiamo poi la salsa di pomodoro e lasciamo andare a fuoco medio, a metà cottura aggiungiamo la n’dujia, abbassiamo il fuoco e lasciamolo andare per 15/20 minuti. Togliamola poi dal fuoco e passiamola con uno chinois fino ad ottenere una salsa liscia.
Cuociamo gli gnocchi in abbondante acqua salata e scoliamoli man mano che vengono a galla, riponendoli in una teglia e mettiamo in abbattitore (in alternativa, in congelatore) affinché gli gnocchi si mantengano compatti.

Servizio:
impiattiamo disponendo le tre salse nel piatto a forma di vortice; saltiamo gli gnocchi con un filo d'olio ed adagiamoli sulle salse.

Abbinamento consigliato:
Primo Fiore - cantina Giuseppe Quintarelli


martedì 1 dicembre 2015

tortine alla crema con pere volpine al Sangiovese di Romagna

Pausa d'autunno di Antonio Falzetti
Questa mattina mi sono svegliata alle cinque. Forse il mio orologio biologico è ancora sballato dagli anni insonni che mi sono fatta per merito della creatura. Forse sto invecchiando e 5 ore di sonno a notte sono sufficienti. Forse sono emozionata perché oggi riceverò il diploma di Tecnico delle produzioni tipiche e della tradizione enogastronomica del territorio. Si, credo sia per questo che ho dormito così poco. Sfoggerò per l'ultima volta quella orribile divisa blu con la cravatta e mi divertirò un sacco in compagnia dei miei compagni di corso. 
Oggi alcuni di noi cucineranno per 60 persone! io, con la scusa che faccio foto, mi sono defilata; lascio volentieri la mia ricetta nelle mani di un vero cuoco!
tra i piatti che degusteremo, questo buonissimo dolce di Antonio Falzetti, uno dei miei compagni di corso preferiti: fotografo, insegnante, grandissimo cuoco e intenditore di vini, pieno di charme e savoir faire.

Vi consiglio davvero di prepararlo per un'occasione importante. Un dolcino delizioso!

Ricetta per quattro persone
Ingredienti:

Ø  16 pere volpine
Ø  2 l Sangiovese di Romagna DOC
Ø  cannella e chiodi di garofano q.b.
Ø  200 g di zucchero di canna

per la crema pasticcera:

Ø  350 ml di latte
Ø  35 g di farina 00
Ø  150 g di zucchero
Ø  un baccello di vaniglia
Ø  un uovo intero e un tuorlo

per la pasta frolla:

Ø  135 g di farina di farro biologica macinata a pietra
Ø  70 g cacao amaro
Ø  70 g noci, nocciole e mandorle macinate
Ø  40 g di uova intere
Ø  100 gr di burro
Ø  70 gr di zucchero di canna
Ø  6 g di lievito chimico per dolci
Ø  pinoli q.b.

Procedimento:
mettiamo le pere in una casseruola, aggiungiamo un litro di Sangiovese, lo zucchero e le spezie e facciamo bollire coprendo le pere con carta da forno per una cottura uniforme, aggiungendo il vino via via che si raddensa e cuociamo per un'ora circa.
Prepariamo la pasta frolla: impastiamo prima il burro freddo con la farina di farro,  poi aggiungiamo zucchero, lievito e uova, poi la frutta secca macinata e impastiamo, schiacciamo fra due fogli di carta da forno e mettiamo in frigo per un ora.
Prepariamo la crema pasticcera:  scaldiamo il latte e aggiungiamo i semi di vaniglia, montiamo le uova con lo zucchero e la farina e aggiungiamo il latte a filo, sempre mescolando. Portiamo a bollore e mescoliamo ancora per 5 minuti fino a cottura e densità voluta.
Prepariamo i tortini: togliamo la pasta frolla dal frigo, stiriamola fino a uno spessore di 3 mm e poi tagliamo in 4 pezzi con i quali rivestiremo l'interno delle formine che riempiremo con fagioli per non fare alzare la base del tortino.
Preriscaldiamo il forno a 170° C e cuociamo per  circa 5 minuti, poi togliamo dal forno e aggiungiamo la crema con una tasca da pasticciere e un po' di pinoli. Rimettiamo in forno fino a cottura ultimata (circa 10 minuti).

Servizio:
impiattiamo una tartina con due pere e decoriamo con la salsa di vino rimasta dalla cottura delle pere.

Abbinamento consigliato:

Passito dei Malatesti - Le Rocche Malatestiane

sabato 14 marzo 2015

Hamburger Modenese e lo chef Luca Marchini


Quanto siete fortunati, amici lettori, che potete usufruire delle ricette di grandi chef senza dover stare in cucina a faticare come me!
Bugia, mi sto divertendo un mondo.
Credo che questa sia una delle esperienze più belle che io abbia mai fatto, pari forse solo ai soggiorni studio-lavoro all'estero. Ma non sono qui a parlare di me. Oggi vi darò una ricetta di uno chef brillante, intelligente, colto e estremamente preparato. Le ore in cucina sono volate via,  scandite da tantissimi piatti di alta ristorazione. Rimane un bellissimo ricordo e una serie di ricette che, previa autorizzazione, pubblicherò con i miei soliti tempi da blogger per passione e mamma di un bimbo attivissimo e tendenzialmente insonne, lavoratrice/studentessa nonché compagna di un uomo disoccupato che comincia ad accusare cenni di crollo psicofisico... 
Bando alle ciance! 
Lo chef stellato Luca Marchini (L'Erba del Re, Modena e a breve un secondo locale, sempre a Modena...), aretino di nascita e modenese di adozione, ci presenta il suo Hamburger Modenese, un ode alla terra che lo ha accolto, con Zampone di Modena IGP e un pane brioche con Pera caramellata dell'Emilia Romagna IGP. Un piatto versione street food che vedo molto bene al mio prossimo buffet. Non spaventatevi della presenza dello zampone: questo panino risulta non solo golosissimo, ma equilibrato grazie anche al contrasto con le due salse "sgrassanti", la salsa di cren (o rafano) e la salsa verde. Delizioso. Abbinateci un bel lambrusco di Modena per elevarvi al divino!
Ingredienti per 26 hamburger:
per il ripieno:
  • 2 zamponi IGP di Modena
  • salsa verde
  • salsa cren
Prepariamo le due salse (Attenzione: non sono le dosi dello chef! se non vi soddisferanno, prendetevela con me!); per semplificare il lavoro, ovviamente potrete preparare le salse con alcuni giorni di anticipo, opportunamente conservate in frigo.
Per la salsa verde ci occorrerà:
  • 100 g prezzemolo
  • 2 acciughe
  • uno spicchio d'aglio
  • un tuorlo sodo
  • 100 g di mollica di pane ammollata
  • 60 ml di olio extra vergine di oliva
  • 2 cucchiai di capperi 
  • sale e pepe q.b.
Lo chef consiglia di tagliare il prezzemolo al coltello, sminuzzare il tutto ed emulsionare gli ingredienti senza l'uso del mixer. 
Per la salsa cren:
  • 100 g di radice di rafano
  • 80 g di aceto di vino bianco
  • 1 cucchiaio di zucchero
  • un pizzico di sale
Lavate, sbucciate e tagliate a pezzettini il rafano. Frullatelo insieme agli altri ingredienti fino a che non otterrete una crema liscia.
Cuociamo gli zamponi immergendoli con la loro busta in acqua fredda. Appena bolle l'acqua, cuociamo a fuoco medio per 15 minuti.

Per i panini:
  • 500 g farina
  • 60 g latte
  • 50 g acqua
  • 145 g burro
  • 4 uova
  • 25 g di lievito (per un impasto lievitato in 3 ore; se avete un pelo di più tempo, anche 15 g)
  • 30 g zucchero
  • 15 g sale
  • pere di Romagna IGP caramellate 
Preparate le pere caramellate: sbucciate e tagliate in 4 le pere di Romagna IGP, togliete torsolo e semini. Cubettate (poco più di un cm per lato). Preparate un caramello con 200 g di zucchero e  200 g di acqua. Lasciate sul fuoco senza toccarlo fino a che non bollirà in tutti i punti. Roteate la padella una volta che il caramello assumerà un aspetto vischioso e comincerà a imbrunire. Versate i cubetti di pera a fuoco spento. Mescolate e versate su carta forno o marmo per far raffreddare.
Prepariamo i panini:
mettiamo tutta la farina sulla spianatoia, in un contenitore versiamo latte, l'acqua, zucchero e lievito. Facciamo un buco nella farina e versiamo il composto. Cominciamo a mescolare con la farina, senza fretta, in modo da non fare grumi; facciamo questa operazione con una spatola. Inseriamo le uova precedentemente sbattute. Cominciamo ad aggiungerle all'impasto a poco a poco, inglobandole per bene. Quando c'è rimasto poco uovo, disciogliamo in esso il sale (lo chef lo mette alla fine, dopo l'inserimento del burro) e continuiamo a lavorare. Aggiungiamo il burro a pomata e continuiamo a lavorare con la spatola. 
Una volta che l'impasto avrà preso forma, possiamo lavorarlo con le mani, velocemente, senza scaldare l'impasto. L'operazione dovrà durare circa 20 minuti, fino ad ottenere un impasto liscio e omogeneo. Mettiamo a lievitare coperto da pellicola. 
Una volta raddoppiato l'impasto, sgonfiamo e facciamo delle palline (circa 25 g) aggiungendo al centro di ognuna di esse 3 pezzettini di pera. Poggiamo sulle teglie ricoperte di carta forno e lasciamo lievitare un'altra mezzora. Inforniamo in forno già caldo per 12-15 minuti a 180° gradi.
Assembliamo i nostri hamburger.
Togliamo gli zamponi dalle loro buste e priviamoli della pelle. Ricaviamo da ognuno 13 fette. Tagliamo i panini a metà e spalmiamo le due salse. Disponiamo su ognuno una fetta di zampone. Serviamo! anche a luglio!


lunedì 9 marzo 2015

Terrina di sarde in agrodolce, Mario Ferrara e il ristorante Scacco Matto

Provo sempre un profondo imbarazzo al cospetto di persone modeste. E' una strana sensazione, singolare e piacevole allo stesso tempo. Gentilezza e buone maniere hanno la capacità di incantarmi, abituata come sono a relazionarmi con persone "contemporanee", dove vince chi urla più forte. Ecco, questo è ciò che ho percepito quando ho incontrato Mario Ferrara, un uomo incredibile; spero di riuscire a farvi cogliere la sua entusiasmante realtà.
Mario comincia a frequentare l'alberghiero senza esserne veramente appassionato. Voleva cominciare a lavorare e una scuola professionale era la soluzione più semplice. La scuola si trova a Matera, a 80 km dagli affetti familiari.  Finito il triennio, a soli 17 anni lascerà la sua Basilicata per approdare a Bologna. 
A 25 anni Mario decide di aprire il suo ristorante, lo Scacco Matto, che compie quest'anno 28 anni di ininterrotta attività. Con lui il fratello Enzo, che non sapeva nulla di ristorazione ma ha creduto in Mario e questo rapporto di fiducia perdura nel tempo, anzi si rafforza, grazie anche alle classiche scornate da fratelli. 
All'inizio lo Scacco Matto offriva esclusivamente cucina regionale lucana, una novità nel panorama bolognese, ma i fratelli Ferrara hanno sempre voluto rinnovarsi e si è presto arrivati ad una cucina moderna, sana ed attuale: i piatti che Mario elabora seguono diversi percorsi, ma tutti lo rispecchiano; nascono da cuore e stomaco. E' una cucina "fusion", dove Basilicata e Emilia si incontrano per dare vita a piatti emozionanti.
Ma i fratelli Ferrara non si fermano certo qui: "un cuoco arrivato è un cuoco finito", ci tiene a precisare Mario, mentre il suo consiglio a quanti si approcciano a questo mondo è quella di "viaggiare per acchiappare quanto potete". La scuola e la didattica sono per certo le basi, ma fondamentali sono le esperienze che si fanno girando il mondo, con il corpo e con la mente. Il confronto e lo scambio con i colleghi, inoltre, è basilare per crescere: bisogna apprendere sempre da chi ti circonda e in cucina non c'è spazio per le gelosie. Allo stesso modo, occorre condividere il proprio sapere; se sei disposto a dare puoi essere sicuro che qualcosa ti torna. La cucina è fatica ma è anche divertimento e curiosità; un cuoco che si annoia non è capace di prendere da tutto quello che si ha attorno. 
La cucina di Mario è una cucina del momento e del vissuto. Quando si volge lo sguardo indietro nella tradizione, bisogna osservarla in più punti: i ricordi non sono fatti solo di profumi, ma anche di rumori; la sua memoria va immediatamente allo strofinio del ferro sul tagliere durante la preparazione dei maccheroni. I rumori scandiscono il tempo, segnano i giorni della settimana e delle stagioni con i suoi colori: Mario è figlio di contadini, una vera fortuna per chi vuol fare questo mestiere. Il biologico è importante? lo sono più le verdure colte e assaporate al momento giusto; i pomodori di serra bio, no grazie! E basta scorrere il suo menù per scoprire il ruolo che ha conferito alle verdure di stagione: indispensabili. 
Ma passiamo alla ricetta che vede protagonista oltre alle amate verdure, anche un'altra passione del nostro cuoco: il pesce povero. Voi sapete che purtroppo non sono un'appassionata di materie ittiche, ma vi assicuro che questo piatto è stata un'incredibile scoperta: mi ha impressionato perché la grassezza del pesce neanche si avverte in contrasto con la leggerezza delle verdure in agrodolce; l'abbinamento con una crema di squacquerone risulta invitante e bilanciata. Questo antipasto mi ha convinto talmente tanto che per certo lo farò alla cena per il mio compleanno!

Ingredienti per una terrina da otto-dieci porzioni (le dosi sono indicative):
  • 1 kg e mezzo di sarde grosse
  • farina q.b.
  • olio per friggere
  • olio extra vergine di oliva per condire
  • 600 g di carote
  • 1 mazzo di sedano
  • 1 kg di cipolla bianca
  • 4 cipolle rosse
  • aceto di vino q.b.
  • zucchero di canna q.b.
Per la marinatura delle cipolle rosse:
  • 100 ml acqua
  • 100 ml aceto di vino rosso
  • 100 g zucchero di canna
inoltre: 
Squacquerone di Romagna DOP

Puliamo le sarde togliendo le squame, poi tagliamo via testa, code, e pancia e pinna.Evisceriamole e apriamole dal lato della pancia. Laviamo e asciughiamo con carta assorbente. Passiamo le sarde nella farina girandole un paio di volte, fino a che non saranno ben dorate. 
Prepariamo dei bastoncini di verdura di sedano, cipolla e carota; saltiamoli in padella con olio a freddo, sale (un cucchiaino raso) e zucchero di canna (almeno due cucchiai colmi). Facciamo appassire e sfumiamo nell'aceto di vino rosso (circa mezzo bicchiere abbondante). 
Puliamo le cipolle rosse, ricaviamone dei petali di cipolla che poi andremo a saltare in padella con olio e un pizzico di sale e pepe per pochi minuti. Una volta saltati in padella, facciamo sobbollire la  marinatura agrodolce e immergiamo i petali di cipolla per qualche minuto. E' consigliabile fare questa operazione in anticipo, anche il giorno prima, affinché i petali prendano sapore. 
In uno stampo da plumcake foderato con pellicola facciamo il primo strato di sarde avendo cura di posizionare il lato della pelle verso il basso e poi uno strato delle verdure a bastoncino. Facciamo ancora due strati alternando sarde e verdure e completiamo con le sarde, questa volta con la pelle verso l'alto. Chiudiamo la terrina con la pellicola e schiacciamo, in modo che si eliminino eventuali spazi vuoti. Mettiamo in frigorifero per almeno un paio d'ore, affinché il composto prenda forma.
Facciamo una crema di squacquerone (o burrata) miscelandola con olio e pepe. Disponiamo la crema sul piatto e appoggiamo nel piatto una fetta della terrina di sarde. Finiamo il piatto con due petali di cipolla e un filo d'olio a crudo. Serviamo!

venerdì 6 marzo 2015

Quenelle di Mazzancolle su crema di topinambur e la trattoria La Rosa 1908


La lezione di cucina al corso che sto frequentando è stata davvero ricca di nozioni e spunti: 
il nostro maestro è stato Alessio Malaguti, chef della Trattoria La Rosa 1908 (Sant'Agostino , Ferrara).
Il ristorante vanta 107 anni di storia e attualmente è gestito dalla quarta e dalla quinta generazione di ristoratori.
Il locale nasce come posta per cavalli, un luogo dove ristorarsi, dopo una giornata di cammino e bere qualcosa. Tra il 1954 e il 1963, viene costruito  il cavo napoleonico, un imponente canale di comunicazione tra il Reno e il Po che parte da Sant'Agostino. Arrivavano centinaia di tecnici e operai e la cucina comincia a fornire corroboranti piatti a pranzo e a cena: con i nonni di Alessio, la terza generazione, nasce così la vera trattoria, mentre con la quarta generazione parte la ristorazione come è considerata oggi, con una maggiore attenzione ai prodotti e alla tecnica. Nel 1991 la trattoria ottiene la prima stella Michelin.
Alessio Malaguti
Nel 2008 la famiglia Malaguti festeggia il centenario della trattoria che è viva, vivissima e abbina ai piatti della tradizione tutto quello che c'è di buono nell'innovazione.
Alessio ci invita a riflettere su come il concetto di ospitalità e ristorazione sia cambiato nel tempo: 
-fino alla seconda guerra mondiale il valore dell'osteria era assegnato a seconda del grado di calore che offriva attraverso la quantità di legna nella stufa come raccontano ancora i vecchi del paese;
-nel dopoguerra i bisnonni di Alessio si ritrovavano la sala piena durante le prime gite domenicali, quando si cominciava ad andare al ristorante per puro diletto e la quantità del cibo offerto faceva la differenza;
-durante gli anni '60-'70, in pieno boom economico, i padri di famiglia uscivano dalla fame e potevano persino portare fuori a cena la famiglia: si ha quasi necessità di ostentare agiatezza. Si va nei ristoranti dei "signori", vestiti meglio degli avventori, con i loro rassicuranti golfini Ballantyne a losanghe;
- negli anni '80 l'ennesima rivoluzione: i piatti diventano niente, si svuotano, ma sono al tempo stesso eleganti, curati e preziosi. E' questa la filosofia dei grandi della nostra cucina italiana, una concezione che porta ad alleggerire le porzioni e i metodi di cottura, che rispetta non solo le materie prime, ma anche il cliente finale: come suggerisce Gualtiero Marchesi "i piatti devono stimolare la digestione, l’assimilazione dei sapori, eccitando i sensi senza mai stancarli". Alleggerendo piatti e porzioni, i menù degustazione, fatti di tante portate intrinsecamente legate fra loro, si affermano nel panorama della ristorazione di alto livello, ora come allora.
Oggi la ristorazione è accoglienza e divertimento innanzitutto e i piatti devono essere buoni. La tradizione va portata avanti solo se davvero garantisce il miglior risultato al palato: la pasta si continua a tirare al mattarello perché è davvero più buona della sfoglia fatta a macchina. L'arrosto della nonna in cui l'intingolo era l'unica cosa a far buttare giù il boccone di carne rinsecchito oggi si fa con le basse temperature e col sottovuoto, nel rispetto del gusto.
La cucina di Alessio vuole anche uscire dalle mura di sala: per questo preparano anche piatti da asporto e fanno catering ad altissimo livello. 
Ma con Alessio non abbiamo parlato soltanto di cucina, poichè lo chef è anche responsabile del settore formativo dell’Associazione “Chef to Chef” - Emilia Romagna Cuochi (ve ne parlerò prossimamente) e ha ribadito la necessità di riportare lo studio di tutte le materie nelle scuole professionali: ci sono tantissimi ragazzi che vogliono intraprendere questa durissima carriera, ma devono essere preparati in italiano, geografia, inglese e ovviamente tutte le materie scientifiche, la chimica e la matematica in particolare, considerato che la cucina e chimica e semplici operazioni matematiche che spesso si fanno con fatica. Ad imparare a spadellare si fa presto, ma è il metodo di studio che va acquisito in età scolare, considerato che le tecniche sono in evoluzione continua e che uno chef serio non smette mai di studiare.
In cucina con Alessio lavora un ragazzo ventiseienne di nome Francesco Mascellani, diplomato all'Alma (quante volte ve ne ho già parlato?) e approdato alla trattoria La Rosa da poco, appena un anno, dopo un disastroso tirocinio di sei mesi che ha lasciato il segno in negativo da una parte, considerate le continue vessazioni da parte dei superiori, ma in positivo perché Francesco ha potuto scoprire alcune tecniche che ha fatto sue. Il suo suggerimento per fare questo mestiere? essere determinati e fare una buona scuola come l'Alma che vanta il primato di sfornare il più alto numero di occupati una volta concluso il percorso in aula e in stage. 
Francesco
Francesco aveva questa grande passione ma non riusciva a trovare un solo ristorante che aprisse le sue cucine per un tirocinio, poiché ad oggi per lavorare in cucina occorre almeno un diploma all'alberghiero. Una volta finita l'Alma, Francesco ha trovato il suo attuale lavoro, dopo solo tre giorni.
Allora io lancio un appello: se qualcuno volesse sponsorizzarmi di 6.000 euro per il corso di base e 16.000 euro per il corso superiore, si faccia avanti! ma presto, ho solo un anno di tempo prima di compiere i fatidici 40 anni, età massima per accedere ai corsi di uno degli istituti più fighi del mondo.
Ma torniamo sul pianeta terra, con questo interessante quanto facile antipasto che Francesco ha realizzato per noi. Tra i vari piatti che abbiamo preparato, quello che mi ha più convinto.
ingredienti per 4 persone (le dosi sono a senso!)
  • 2 topinambur
  • 8 mazzancolle
  • uno spicchio d'aglio
  • sale q.b.
  • olio extravergine di oliva
  • alcune foglioline di aneto o finocchio selvatico
per il tuorlo marinato:
  • un tuorlo d'uovo
  • 65 g zucchero
  • 100 g sale
Due giorni prima prepariamo il tuorlo disidratato: mettiamo l'uovo in un contenitore piccolo dove avremmo adagiato metà della miscela con sale e zucchero. Ricopriamo con il restante mix. Copriamo con pellicola e conserviamo in frigo per 24 ore. Otterremo un uovo disidratato anche internamente (con la stessa procedura possiamo preparare l'uovo marinato di Cracco, basta tenerlo in frigo nella mistura solo per alcune ore e avremo l'interno liquido).
Un giorno prima mettiamo a bollire il topinambur con tutta la buccia per almeno 40 minuti. Più cuoce e meglio è. 
Scoliamo, tagliamo a metà e separiamo la polpa dalla buccia.
Frulliamo con un filo d'olio la polpa fino a creare un emulsione, saliamo e passiamo al setaccio.
Disidratiamo le bucce (con disidratatore o in forno a bassa temperatura per alcune ore) che friggeremo il giorno successivo in abbondante olio a 180° gradi per pochissimi secondi.
Prepariamo la quenelle di mazzancolle: laviamole sotto l'acqua corrente e priviamole della testa, poi giriamole sul dorso e con le dita apriamo il guscio fino ad arrivare alla coda. Tenendo ferma la coda e tirando dalla parte opposta avremo tirato fuori la polpa. Passiamo in padella con uno spicchio d'aglio per alcuni minuti. Lasciamo raffreddare e sminuzziamo finemente al coltello. Mettiamo la polpa finemente macinata in un contenitore, saliamo e condiamo con buon olio.
Impiattiamo:
scaldiamo la crema di topinambur e versiamo un cucchiaio abbondante nel piatto. Prepariamo una quenelle di mazzancolle e poggiamo sulla crema. Accostiamo la buccia di topinambur, una fetta sottile dell'uovo disidratato, una fogliolina e serviamo!

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